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martedì 6 novembre 2018

Boker Tov!




                                         “Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”.
                                                                                                              Bruce Chatwin


“Good morning!”, una voce squillante poco più in alto della mia testa, fra le fronde.
“Good morning!”, ripete.
Sto tornando di buon mattino dalla passeggiata coi miei cani e il sentiero che costeggia la casetta degli ospiti le passa sotto di un paio di metri.
Alzo la testa.
Una manina mi fa ciao da lassù e una figura esile da ballerina si sta tenendo in bilico con le braccia aggraziate sopra una slackline tesa tra due alberi.
La ballerina si chiama Noam, viene dal deserto del Negev in Israele e, insieme al suo compagno Michel, ci aiuta per un paio di settimane in cambio di vitto e alloggio (situazione che è possibile grazie alle meraviglie del web).
Viaggiano in giro per l’Europa su di un pulmino Volkswagen giallo di qualche anno fa che stanno riattando a camper. L’hanno chiamato Victor. L’interno l’hanno isolato con perline di legno e dello stesso materiale hanno costruito il letto pieghevole e la minuscola cucina.
Mentre ci aiutano a tagliare la legna per l’inverno il loro tempo libero lo passano a sistemare il camper.
Michel fa il maniscalco, ha un sorriso aperto e acuti occhi blu. Intaglia splendidi cucchiai nel legno.
Insieme sono talmente belli e rari, che mi aspetto che da un momento all’altro mollino gli attrezzi con i quali lavorano nel nostro piazzale e, contornati di cinghiali danzanti, inizino a cantare e ballare come nel più classico dei musical.
Anzi, tutte le volte che torno stravolta dal lavoro, mentre apro il cancello, mi stupisco che non lo stiano facendo davvero.
Invece guardiamo insieme vecchi film in inglese e ridiamo molto delle nostre incapacità a comunicare in una lingua che non ci è congeniale. Impariamo da loro qualche parola in ebraico e loro assorbono come spugne molto del nostro vocabolario italiano.
Stanno cercando un posto dove vivere che sia possibilmente in montagna. Amano arrampicare e, invece di voltare il muso del pulmino verso il sud Italia, come saggiamente gli abbiamo consigliato in vista dei rigori invernali, sorridendo ci indicano sulla cartina le Dolomiti. Che sono un bel posto, non c’è che dire, se non fosse per le temperature invernali.

Ecco, la sabbia del deserto del Negev, dove non sono mai stata, è arrivata a casa mia con Noam e Michel. E il mare dei Caraibi con Dalya e i boschi della Finlandia con Mirkka e le pendici della Scozia con Izzy.
Adoro viaggiare, ma in questo periodo della mia vita non posso farlo.
Per questo motivo apro la mia casa ai viaggiatori desiderosi di condividere parte della loro strada con me e con la mia famiglia.
È un’esperienza di scambio profondo con anime belle, menti aperte e cuori liberi. E, ad essere sincera, non riesco a immaginare altro modo che questo per nutrire la mia mente errante e placare la mia sete di conoscenza.
Il mio viaggio comincia quando riconosco parti delle persone che incontro nel mio universo interiore. Ha inizio quando una luce particolare illumina la connessione esistente tra una giovane che vive in una yurta ai margini di un deserto del medio oriente e una “me” che avrebbe potuto essere così o che addirittura sarà così in futuro.
Il viaggio, così come lo concepisco, non ha tempo e non ha spazio.
Chatwin non sarebbe stato d’accordo sul fatto che senza camminare sarebbe stato possibile viaggiare, ma forse perché ha viaggiato prima di internet.
E, pur sperimentando profondamente il concetto di Umanità attraverso i suoi viaggi, forse Bruce non ha mai potuto provare un tale forte senso di essere Uno nel qui e ora.

La mia porta è aperta: fatemi viaggiare amici!
E che sia “good morning”, “boker tov” o “buongiorno” poco importa; quello che conta davvero sono gli occhi limpidi, le menti aperte e i cuori liberi.



martedì 28 agosto 2018

Diritto...gettato...inclinato...tre insieme...





Maria, quando ti guarda, si tiene gli occhiali col naso.
Una capacità tutta sua di azionare i muscoli che stanno tra il naso e il condotto lacrimale.
Questa dote soprannaturale le conferisce una specie di occhiata sorpresa; le sopracciglia si alzano un poco mentre lo sguardo si fa attento.
Ma i suoi occhi sono spesso rivolti all’interno, alla mente, alla ricerca della parola più adatta alla situazione.
Le piace parlare. Le piace tanto che, mentre fa qualcosa, quasi sempre lo spiega ad alta voce a un uditorio invisibile: “sto aprendo la porta, vado in camera per prendere un golf, prenderò quello rosso, ecco, me lo sto mettendo addosso, l’aria si è fatta più fresca…”.
In altri casi, come quando, l’autunno scorso, eravamo intente a fare insieme i tortelli di zucca, il monologo interiore esteriorizzato si fa “Dante a mente”, Manzoni a mente, poeti vari (spaziando in tutte le epoche) o, spesso, citazioni lunghissime in latino.
Maria da qualche tempo ha ripreso in mano la grammatica di greco perché “è un peccato dimenticare una cosa così bella”.
A me sembra ieri che smadonnavo su “I greci e l’irrazionale” del Dodds (testo che, peraltro, fa ancora bella mostra di sè nella mia libreria) e, sinceramente, pensare al greco mi procura una certa vertigine.
Maria fa la marmellata di qualsiasi cosa. Chili, quintali, tonnellate di marmellata che “potrebbe essere un bel regalo per questo Natale, non si sa mai”.
E sono ormai trenta Natali che regala marmellata.
Maria disegna e scrive, ma sono sue cose segrete. Forse un giorno, forse quando saremo più in confidenza…
Maria fa la maglia. Confeziona maglioni, poncho, scialli, calze, sciarpe, berretti, per il marito, i sei figli, le persone con le quali condividono la vita e i suoi tredici nipoti. Ah, dimenticavo il pronipote. Ha una passione dichiarata per qualsiasi tipo di filato. Ma soprattutto la lana. Ora, mentre scrivo, è seduta alla finestra per carpire gli ultimi raggi del sole nel giorno che muore e la sento che dice: “...diritto...gettato...inclinato...tre insieme…”

Maria dice che siamo amiche.
Io spero di meritarmelo.

Maria. Anni 85. Mia suocera.

domenica 26 agosto 2018

Ciao Sidi ... / 1



Ciao Sidi,
ha appena piovuto. L’estate sta finendo come cantavano i Righeira, ma dubito che tu sappia di chi sto parlando. Siamo ancora ad agosto, però, e noi abbiamo già imparato ad aspettarti.
Di te sappiamo poche, pochissime cose: hai 17 anni, vieni dal Mali, hai fatto il terribile viaggio che ti ha portato in Italia in un lampo, due mesi appena.
Ci hanno detto che sei riuscito a prendere la terza media italiana in un anno, che è poco meno del periodo di tempo che vivi qui.
Ci rallegriamo del fatto che in Mali si parli francese, che tu parli francese. Siamo più volentieri francofoni anche noi.
Ti prepariamo la “casetta”, che è il posto nel quale starai, ma lo facciamo senza sapere quali sono le tue preferenze. Ti piace di più il letto singolo o a una piazza e mezza? Dove metterai le tue cose? Ti basterà metà armadio?
Comunque ci auguriamo che ti piaccia avere un po' di autonomia, visto che alla tua età, nel paese dal quale provieni, sei giá uomo da un pezzo.

L’attesa è un sentimento difficile da sostenere. Ha bisogno di essere alimentato con sogni e promesse, altrimenti si deprime, si accartoccia sulle proprie piccole tristezze e sui “ma se succede che…”.
Sei un mistero.
Una difficile impresa.
Finché non sarai qui, fai un po' tremare le ginocchia.
Le prospettive sono oscure e i progetti, senza di te, sono bizzarri puzzle con un pezzo mancante.
Ti abbiamo anche spedito una foto dalla quale ti guardiamo sorridendo, appoggiati a una balla di paglia. Chissà se l’hai ricevuta. Cosa pensi. Come sei fatto.